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Secondo Workshop Progetto "Itinerari di donne" Stampa E-mail
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Il Secondo Workshop del Progetto Itinerari di donne, come ampiamente preannunciato si svolgerà il 18 ed il 25 febbraio nell'Aula di Informatica della Terza Università di Roma, in Via Ostiense 234 (Fermata Metro Marconi) dalle 14,30 alle 18,30. Bisogna prenotarsi tramite il modulo allegato entro il 12 febbraio. Nel corso del WS, curato dalla D.ssa Francesca Bonifazi, verranno fornite alle partecipanti le nozioni base per navigare nel WEB (Internet), per gestire la posta elettronica, per sapere usare dei Motori di ricerca, per usare la videoscrittura. Si ricorda che il corso è totalmente gratuito.
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Ultimo aggiornamento ( sabato 06 febbraio 2010 )
 
Primo workshop del progetto "itinerari di donne" Stampa E-mail
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Ultimo aggiornamento ( sabato 06 febbraio 2010 )
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Sciopero migranti: il comunicato del coordinamento Stampa E-mail
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Si riporta il comunicato stampa del coordinamento sciopero dei lavoratori migranti

Rosarno è l’Italia

Qualche giorno fa noi, migranti e italiani, uomini e donne
appartenenti ai coordinamenti, collettivi e reti di Bari, Bologna,
Brescia, Mantova e basso mantovano, Milano, Padova, Roma, Torino
abbiamo dichiarato di sostenere nei prossimi mesi la campagna politica
per l’organizzazione anche in Italia dello sciopero delle migranti e
dei migranti.
Negli stessi giorni nella Piana di Gioia Tauro è diventato realtà il
sogno del leghista Gentilini di fare dei migranti “lepri a cui
sparare”. La strage di Castel Volturno del settembre 2008 ci ricorda
che non è la prima volta. Allora come oggi i migranti non hanno ceduto
al ricatto e alla minaccia, ma di fronte alla violenza armata è stata
loro offerta solo la fuga. Chi ha invocato l’intervento dello Stato ha
avuto una risposta pronta: i migranti di Rosarno sono stati deportati
in massa, mentre un ministro razzista, “cattivo” e coerente ora
organizza l’espulsione degli sfruttati.
Nell’era del “pacchetto sicurezza”, in Italia si è aperta la caccia al
migrante che alza la voce. Rosarno non è un puro frutto della
criminalità: la violenza della ‘ndrangheta si è nutrita negli anni
della legge Bossi-Fini e delle connivenze dello Stato. A tutto questo,
il razzismo ormai diffuso ha fatto da perfetta cornice. Un razzismo
istituzionale coltivato nel tempo e che oggi esplode di fronte alla
crisi. Ma non dovrebbero essere necessari i morti ammazzati di Castel
Volturno e i feriti di Rosarno per vedere che in Italia vige una forma
di sfruttamento totale del lavoro favorita dalla legge Bossi-Fini, che
autorizza a espellere i lavoratori quando non servono più o alzano la
voce. La “fabbrica verde” del sud d’Italia, quella dove sono rifluiti
i lavoratori espulsi dalle fabbriche in crisi del nord, non potrebbe
funzionare senza quelli che accettano qualsiasi lavoro per mantenere
il permesso e sono regolari persino secondo le leggi di questo Stato,
senza quelli che aspettano per mesi un rinnovo, senza quelli che un
permesso di soggiorno lo perdono o non lo avranno mai perché vige
l’assurdo sistema delle quote, senza quelli che attendono il diritto
d’asilo, senza quelli che sono criminalizzati e bollati dell’infamia
(reale o meno, poco importa, purché giustifichi le “misure di
sicurezza”) della clandestinità.
Diciamolo chiaro: Rosarno è l’Italia. Non solo l’Italia della Lega, ma
quella delle leggi di uno Stato razzista e quella dei padroni che, nel
sud come al nord, che siano o meno affiliati alla criminalità
organizzata, sono disposti a tutto pur di pagare il salario più basso
possibile.
La misura è colma da parecchio tempo. Ben vengano le testimonianze di
civiltà, ma è necessario decidere davvero da che parte stare. La
risposta a ciò che è successo non può risolversi in un presidio e in
una festa. È necessario che la solidarietà vada oltre se stessa e si
esprima dentro ai percorsi organizzativi che coinvolgono lavoratori e
lavoratrici, migranti e italiani, nella preparazione dello sciopero
del lavoro migrante in Italia, che non sarà solo lo sciopero dei
migranti, ma di tutti coloro che si oppongono al modo in cui vengono
trattati. Il ministro Calderoli ha deriso il progetto di uno sciopero
affermando che i regolari non lo faranno mai, e che gli irregolari
saranno espulsi. È necessario mostrare a tutti quelli come lui la
forza che i migranti sono in grado di mettere in campo come
protagonisti delle loro lotte. Protagonisti insieme a quegli uomini e
a quelle donne che rifiutano il razzismo come pratica quotidiana di
sfruttamento. Lo sciopero è la vera forza che oggi l’antirazzismo può
mettere in campo.
 
Il Commissario diritti umani europeo:violenza sessuale, fenomeno sottovalutato Stampa E-mail
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STRASBURGO, 11 GENNAIO 2010 - Bisogna fare di più per prevenire e punire la violenza sessuale: a chiederlo è Thomas Hammarberg, commissario per i Diritti umani del Consiglio d'Europa, in una nota diffusa oggi. «La violenza sessuale rappresenta una delle forme di non rispetto dei diritti umani più grave e diffusa dei nostri tempi», afferma Hammarberg. Secondo il commissario, nonostante i miglioramenti apportati in vari Paesi europei alla legislazione in materia di violenza sessuale, in generale durante i processi si manifesta una mancanza di consapevolezza della gravità del reato e dell'impatto che lo stupro ha sulla vittima. Hammarberg invita quindi tutti i governi e i parlamenti dei 47 Stati membri del Consiglio d'Europa «a prendere questo crimine più seriamente» vista la sua diffusione e il fatto che molte donne vivono con la paura di essere aggredite. (ANSA).
Ultimo aggiornamento ( lunedì 11 gennaio 2010 )
 
Il comunicato su Rosarno dell'ASGI Stampa E-mail
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Assolei sportello donna ONLUS riporta il seguente COMUNICATO STAMPA dell'A.S.G.I. - Associazione per gli studi giuridici sull’immigrazione in quanto ne condivide il contenuto e lo spirito e lo sottopone all'attenzione di tutti


  LA TOLLERANZA DELLA SCHIAVITU’ IN ITALIA DEVE CESSARE

  Quanto avvenuto a Rosarno non è un drammatico evento imprevedibile ma è l’epilogo
di situazione di degrado, violenza e di totale assenza di intervento delle istituzioni pubbliche che dura da anni e che esplode, non a caso, nell’anno del cosiddetto “pacchetto sicurezza”. 


  Il fenomeno dello sfruttamento estremo e sistematico, fino alla riduzione in
schiavitù o servitù di migliaia di lavoratori stranieri che caratterizza fette
rilevanti dell’economia agricola del Mezzogiorno rappresenta una piaga le cui
caratteristiche sono ampiamente note e che dovrebbe suscitare il massimo allarme
da parte delle pubbliche autorità. Se di situazioni di emergenza si può a pieno
titolo parlare, senza che tale parola venga usata per battaglie politiche
demagogiche finalizzate a generare paure nella popolazione e a raccogliere facili
consensi, ciò dovrebbe riguardare proprio l’esteso fenomeno della economia
criminale, che da tempo utilizza i cittadini stranieri quali soggetti deboli,
discriminati, stretti nella morsa della crisi economica e immersi senza
possibilità di scampo nel circuito forzato della clandestinità verso la quale sono
spinti da una normativa sempre più feroce e inefficace nel risolvere i problemi
che afferma di volere affrontare.

  Rosarno convive da anni, in un clima di sostanziale accettazione ed indifferenza
sociale, salvo lodevoli ma isolate eccezioni, con un intreccio perverso di
violenza, sfruttamento e degrado che riguarda migliaia di cittadini stranieri, sia
regolari che non, in condizioni di disperazione e di assoluta ricattabilità,
disposti, fino a ieri, a condizioni di sfruttamento ed emarginazione, che non
trovano paragone in nessun paese europeo.

  Di tutto ciò la politica, ed in particolare la politica dell’attuale Governo, non
si è mai occupata.

  Delle dichiarazioni rese sui tragici fatti di Rosarno da parte del Ministro
dell’Interno Maroni ciò che colpisce e sconcerta non è solo l’oramai abituale
accostamento, inaccettabile sul piano etico e giuridico, tra clandestinità (ovvero
la semplice mancanza di un titolo amministrativo di soggiorno) e la commissione di
crimini (dimenticando anche che molti stranieri di Rosarno sono regolarmente
soggiornanti), ma è la mancanza di una chiara e ferma condanna delle violenze che
si sono consumate a danno dei cittadini stranieri, nonché il silenzio sulla vasta
dimensione criminale dello sfruttamento della manodopera straniera che è in atto
da anni e che rappresenta la causa prima che sta alla base dello scatenarsi delle
violenze di Rosarno. Nulla, infatti, afferma il Ministro dell’Interno su come
s’intenda affrontare la finora negletta emergenza dello sfruttamento dei
lavoratori stranieri e su come s’ intenda tutelare le vittime di tali situazioni,
se non  il mero aumento di un contingente di forze di polizia. Lo stesso Ministro,
inoltre,  parla di una situazione frutto di inadempienze di anni nella vigilanza e
nell’applicazione delle leggi, ma tali inadempienze sono  addebitabili soprattutto
alla sua personale responsabilità politico-amministrativa, essendo stato lui
stesso Ministro del Lavoro dal 2001 al 2006 ed essendo Ministro dell’Interno dal
maggio 2008.

  Nessuna indicazione pratica concreta si ha neppure dalle dichiarazioni fatte dal
Ministro del Lavoro e delle politiche sociali Sacconi secondo il quale il
prioritario obiettivo dell’azione di governo deve essere quello di bonificare
tutte le sacche di illegalità che si sono prodotte da Padova a Rosarno perché in
un contesto di sistematica e diffusa violazione delle leggi si realizzano fenomeni
di disintegrazione di vario genere. Infatti non risulta che, come invece afferma
il Ministro, nel caso di Rosarno ed in altre note situazioni del Mezzogiorno tutti
i Servizi ispettivi del Ministero del Lavoro e delle Politiche Sociali e degli
enti vigilati abbiano davvero provveduto nei mesi scorsi in modo sistematico con
lo scopo di reprimere tutte le forme di sfruttamento del lavoro irregolare, con
particolare riguardo per il bracciantato agricolo e per l’edilizia, attività in
cui il lavoro nero è facilmente verificabile ogni giorno.

  Certamente la reazione spropositata avutasi da parte di molti stranieri con grave
e ripetuta violenza sulle cose e su persone inermi non può in alcun modo essere
giustificata o ridotta di gravità e gli autori e gli istigatori delle violenze
vanno perseguiti a norma di legge. Ma non si deve comunque ignorare e omettere di
valutare la causa di siffatta reazione e la persistenza di un atteggiamento ostile
da parte della popolazione italiana.

   Quanto accaduto conferma il fallimento di una politica dell’immigrazione
totalmente ideologica e che, non garantendo affatto in modo concreto la sicurezza
personale degli italiani e degli stranieri e non contrastando il lavoro nero,
sta invece accrescendo sempre di più il bacino della irregolarità e sta
fomentando in tutto il Paese un clima xenofobo, di guerra tra le fasce più povere
o a rischio di povertà e di esclusione della popolazione.

  La vera sicurezza sta anche nel far rispettare le leggi che esigono la tutela
delle condizioni di lavoro contro ogni sfruttamento, impedire che i lavoratori
dormano all’addiaccio, esigere che le Questure provvedano al rilascio e al rinnovo
entro i termini indicati dalla legge (20 giorni) e non dopo mesi e mesi di
snervante attesa, tutelare i richiedenti asilo e gli asilanti con efficaci
politiche di integrazione ed accoglienza che non si limitino ai soli primi giorni
di permanenza in Italia.



  Quanto avvenuto a Rosarno deve segnare un punto di svolta nelle politiche
nazionali dell’immigrazione. La profonda riforma delle normative sull’immigrazione
deve costituire per tutte le forze politiche responsabili una priorità nazionale
assoluta, giacché non di una singola, seppure rilevante disposizione di settore si
tratta, ma di una normativa che riguarda l’intero assetto di una società
democratica.

  L’ASGI richiama il Governo ed il Parlamento all’assunzione di misure urgenti ed
improcrastinabili quali:



  1.          l’emanazione di un provvedimento urgente che consenta l’effettiva
emersione dei lavoratori stranieri costretti dalla necessità o dal ricatto al
lavoro nero e all’esposizione a condizioni di grave sfruttamento. Tale
provvedimento, per essere efficace, deve potere avere ampia portata nelle
condizioni di accesso e nella estensione temporale e deve potere essere attivabile
dal lavoratore in caso di perdurante rifiuto da parte di chi ha posto in essere lo
sfruttamento lavorativo



  2.          l’emanazione di opportune direttive, di concerto tra i ministeri
dell’Interno, del Lavoro e delle politiche sociali e della Giustizia, e un
collegato rafforzamento dell’operato degli uffici di controllo, specie nelle
regioni Campania, Puglia, Calabria e Sicilia, finalizzato a dare attuazione sia
alle disposizioni di cui all’art. 18 del d.lgs 286/98 sia al nuovo art. 600 cp
novellato dalla legge 11 agosto 2003, n. 228, che permettono di perseguire la
riduzione in condizioni di schiavitù o servitù nonché il grave sfruttamento, anche
lavorativo. L’ASGI segnala infatti con grande apprensione che la normativa vigente
in materia di lotta allo sfruttamento, ancorché  forse non pienamente idonea a
rispondere alla gravità della situazione attuale e perciò meritevole di una
urgente revisione, comunque  potrebbe risultare almeno parzialmente efficace se
fosse applicata con il dovuto zelo; si evidenzia invece da tempo un numero
sorprendentemente modesto di azioni di indagine e di conseguenti provvedimenti
giudiziari finalizzati a tutelare le vittime delle situazioni di grave
sfruttamento e a combattere le organizzazioni criminali che attuano il sistematico
sfruttamento della manodopera straniera. L’introduzione del reato di permanenza
illegale dello straniero extracomunitario introdotto dalla legge n. 94/2009
(pacchetto sicurezza) ha inoltre avuto effetti controproducenti nella lotta alla
schiavitù lavorativa e al lavoro nero. Infatti nella prassi amministrativa e
giudiziaria accade che il lavoratore straniero irregolare che pure denunzia il suo
sfruttatore sia comunque intanto sottoposto ad una sanzione penale con
procedimento direttissimo e sia altresì espulso, mentre l’azione penale relativa
al denunziato sfruttamento segue il suo lento ed incerto corso, risultando alla
fine magari archiviata a seguito dell’avvenuta esecuzione dell’espulsione dello
straniero. In realtà una diversa applicazione delle norme vigenti, ed una
interpretazione non restrittiva delle disposizioni di cui al citato art. 18, già
ora consentirebbe un’azione immediata ed efficace: lo stesso procuratore della
Repubblica che riceve la denunzia di sfruttamento lavorativo potrebbe richiedere
al Questore il rilascio del permesso di soggiorno per motivi di protezione sociale
in favore del lavoratore sfruttato (art. 18 d. lgs. n. 287/1998) e contestualmente
rigettare la richiesta di rinvio a giudizio per il reato di permanenza illegale,
essendo così divenuta legale la presenza dello straniero. Non può sfuggire a
nessuno come in una tale situazione il grado di impunità in cui operano le
organizzazioni criminali sia elevatissimo e che il tentativo di reagire per vie
legali venga, a buona ragione, percepito dalle vittime come un tentativo
velleitario ed anzi dannoso perché espone l’interessato a danni ulteriori e
persino maggiori.



  3.          la modifica delle attuali disposizioni amministrative, la cui piena
conformità alla norma primaria appare altresì dubbia, in base alle quali la durata
residua di validità del permesso di soggiorno dello straniero che si trovi senza
lavoro è di solo sei mesi. Si tratta di una disposizione fortemente irrazionale
che oggettivamente, in un periodo di grave crisi economica come quello attuale,
spinge un numero elevatissimo di stranieri, che pure avevano un pieno inserimento
sociale in Italia, di durata a volte pluriennale anche a carico famiglie e minori,
a cadere nella spirale infernale della clandestinità e ad accettare qualunque
condizione di lavoro in nero pure di sopravvivere. L’obbligo di non superare il
periodo di sei mesi per la ricerca di un nuovo lavoro più o meno stabile e che
permetta di produrre il reddito adeguato al fine di consentire il rinnovo del
titolo di soggiorni risulta oggi una richiesta impossibile ed iniqua, che
discrimina, nel mercato del lavoro, la situazione dei lavoratori italiano rispetto
a quella dei lavoratori stranieri. L’ASGI ritiene che al fine di favorire il
mantenimento della regolarità del soggiorno sia necessario che la durata del
titolo di soggiorno per ricerca lavoro debba essere portata almeno a dodici mesi,
come era previsto dal testo unico delle leggi sull’immigrazione introdotto nel
1998, prima della modifica restrittiva introdotta dalla legge n. 189/2002 (c.d.
legge Bossi-Fini), e che, comunque, anche oltre tali termini, nell’esame delle
condizioni per il rinnovo del titolo di soggiorno vada prioritariamente
considerata l’effettiva situazione in cui si trova lo straniero favorendo percorsi
di inclusione sociale. 



  4.          l’approvazione in tempi rapidi di una legge (o di modifiche di
carattere amministrativo, anche con ordinanze di protezione civile) che consenta
di assicurare certezza di accoglienza e di inserimento in percorsi di integrazione
sociale nei confronti dei rifugiati e degli stranieri che godono del diritto alla
protezione sussidiaria ed umanitaria. L’ASGI ricorda che tra gli stranieri che
sono vittime delle situazioni di grave sfruttamento c’è un numero significativo e
crescente di persone protette dalle normative interne ed internazionali ma che
vengono di fatte abbandonate a se stesse per mancanza sia di un sufficiente numero
di posti di accoglienza, sia per le perduranti carenze delle normative in materia
di asilo, diritto costituzionalmente garantito. E’ dunque urgente ampliare e
rendere flessibile la durata complessiva dell’accoglienza dei richiedenti asilo e
degli asilanti nell’ambito dei progetti di accoglienza e di integrazione sociale
dello SPRAR (Sistema di protezione per richiedenti asilo e rifugiati).



  5.          un effettivo rilascio e rinnovo dei permessi di soggiorno da parte di
tutte le Questure entro il termine di 20 giorni dalla presentazione della domanda
indicato dall’art. 5 del testo unico delle leggi sull’immigrazione: molti
stranieri, anche lavoratori a Rosarno, attendono per mesi o addirittura per anni
che l’amministrazione della pubblica sicurezza adempia a tale obbligo e nel
frattempo a causa di queste inadempienze a loro non imputabili vivono in
condizione giuridicamente precaria: non possono legalmente prendere in locazione
alcun immobile, difficilmente riescono ad iniziare un nuovo rapporto lavorativo e
così sono facile preda dello sfruttamento illegale del lavoro nero.

  9 gennaio 2010  

 

 

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